Nel mercato contemporaneo, ci sono molti oggetti spesso realizzati con materiali irriciclabili come plastiche miste o metalli di bassa lega e privi di valore duraturo, che finiscono per ingombrare cassetti dimenticati o, peggio, i cassonetti della spazzatura, contribuendo al sovraccarico delle discariche globali.
Questo consumismo sfrenato amplifica il problema della linearità economica, come illustra il Circularity Gap Report 2025 realizzato da Deloitte e Circle Economy e strumento molto utile per comprendere il vero gap sulla sostenibilità per l’economia mondiale.
I dati chiave del report
Il Circularity Gap Report 2025 evidenzia un declino preoccupante nella circolarità globale (scesa al 6,9%) dei materiali secondari sui 106 miliardi di tonnellate annue consumate.
Come sottolinea anche la European Circular Economy Stakeholder Platform “Il rapporto rileva che, di tutti i materiali entrati nell'economia globale nel 2021, il 6,9% era costituito da materiali secondari, con una diminuzione di 0,3 punti percentuali rispetto al 2018. Inoltre, del totale dei materiali usciti dall'economia, solo l'11,2% è stato riciclato.”
I dati infatti raccontano che:
- il consumo di materiali ha superato i 100 miliardi di tonnellate/anno, con un aumento pro capite da 8,4 a 12,2 tonnellate dal 1970
- solo l'11,2% dei materiali in uscita dall'economia viene riciclato, mentre il 38% entra in stock (edifici, infrastrutture) potenzialmente circolari
- il 70% delle emissioni globali di gas serra deriva da estrazione e uso di materiali vergini.
Perché questo declino?
La crescita incontrollata del consumo, trainata da urbanizzazione, PIL e impulsività d'acquisto, supera i progressi nel riciclo, sostiene il Report.
L'estrazione è triplicata in 50 anni e potrebbe salire del 60% entro il 2060 senza interventi. Problemi emergono anche nelle biomasse: il 21,5% è a zero emissioni, ma causa perdita di biodiversità e deforestazione.
Il paradosso della durabilità
In economia, i beni durevoli generano valore per anni, ma proprio questa lunga vita può accorciare il “ciclo di rimpiazzo”, riducendo il flusso di vendite future per il produttore. Questo crea un dilemma: progettare prodotti più robusti e riparabili, come chiedono normativamente sostenibilità e consumatori consapevoli, oppure limitarne deliberatamente la vita utile per sostenere fatturato e crescita?
Da qui nasce l’uso della planned obsolescence, cioè la scelta di progettare prodotti destinati a rompersi o diventare obsoleti in tempi relativamente brevi.
Quali soluzioni esistono secondo il Report
Nel Report si leggono possibili soluzioni sistemiche per chiudere il gap, basate sulla strategia Use less, use longer, ovvero abituarsi a essere:
- più smart, prediligendo efficienza dei materiali e design innovativi
- più leggeri, riducendo il consumo totale di risorse
- più “longevi”, estendendo la vita di prodotti, edifici e infrastrutture tramite riuso, riparazione e upgrade.
Anche i governi, dal canto loro e sempre secondo il Report, devono guidare con politiche intelligenti, riorientare sussidi dalle attività lineari e finanziare progetti circolari. E le imprese?
Il ruolo delle imprese nel gap di circolarità
Secondo lo studio di Deloitte e Circle Economy, le imprese sono chiamate a riprogettare prodotti e collaborare soprattutto in settori ad alto impatto come edilizia, mobilità e food.
Il report enfatizza la necessità di obiettivi globali chiari, misurazioni oltre il riciclo (inclusi longevity e reuse) e un riequilibrio dell'uso del suolo per rigenerare la natura, riducendo l'estrazione di un terzo nei settori chiave.
Le aziende che adottano strategie circolari riducono dipendenze da mercati volatili e guadagnano resilienza, contrastando l'impatto di produzioni low cost lineari. Serve, insomma, meno estrazione, più rigenerazione.
Quattro chiavi per un approccio sostenibile
In questo contesto, la sfida non è solo tecnica ma profondamente strategica: come far convivere prodotti che durano a lungo con modelli di business economicamente sostenibili e ambientalmente responsabili? Vediamo quattro possibili chiavi di sostenibilità.
- allineare il modello di ricavo alla durabilità: se i prodotti durano a lungo, il margine non può basarsi solo sul volume venduto una tantum. Diventano cruciali servizi di manutenzione, riparazione, upgrade, noleggio e modelli product‑as‑a‑service. In questo modo la durabilità non erode il business, ma lo rende più stabile e prevedibile nel tempo
- progettare per riparabilità e aggiornabilità, non per rottura: accorciare intenzionalmente la vita utile per generare sostituzione è una scorciatoia redditizia nel breve periodo ma eticamente discutibile, ambientalmente insostenibile e sempre più a rischio regolatorio. Una strategia più lungimirante è progettare prodotti modulari e aggiornabili, che mantengono il cliente nell’ecosistema del brand tramite pezzi di ricambio, accessori e upgrade, anziché forzare il rimpiazzo integrale
- evitare la saturazione puntando su nuove forme di valore: quando il mercato è saturo e i beni sono molto durevoli, la crescita può venire da nuovi servizi, esperienze, canali e segmenti (B2B, sharing, riuso, seconde vite)
- integrare durabilità e narrativa di marca nella transizione circolare: le aziende che riescono a trasformare la durabilità in un pilastro costruiscono fiducia e differenziazione, allineandosi agli obiettivi di economia circolare e riduzione dei rifiuti.
Insomma, in un contesto di normative sempre più stringenti sulla riparabilità, il “prodotto che dura” non è un nemico del business, ma richiede di ripensare come e dove si genera valore lungo il ciclo di vita.
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